Un cantautore con chitarra acustica in un piccolo club

Il ritorno del folk negli anni Novanta: radici, rock e nuove voci

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Nel 1992, mentre il grunge dominava le radio rock, “Ragged Glory” di Neil Young ricordava con forza che chitarre elettriche rumorose e scrittura folk potevano parlare la stessa lingua. Negli anni Novanta il folk non tornò come moda compatta né come semplice revival acustico. Riapparve invece in forme diverse: canzoni scarne, repertori tradizionali, ballate elettrificate, identità locali e voci riportate in primo piano.

La parola “folk” comprendeva almeno tre territori in dialogo. C’era il folk di tradizione, nutrito di archivi, strumenti storici e repertori regionali; il folk-rock d’autore, in cui la canzone personale conservava il peso narrativo di Dylan, Joni Mitchell o Leonard Cohen; e un folk aperto alle contaminazioni, presente nel britpop, nell’alternative rock, nel pop e perfino nell’elettronica. Questa elasticità spiega perché sia rimasto così presente in un decennio raccontato spesso soltanto attraverso grunge, hip hop e dance.

Una risposta alla saturazione del pop

Le produzioni degli anni Ottanta avevano reso abituali batterie programmate, riverberi profondi e sintetizzatori. Nei Novanta quei suoni non sparirono, ma una parte del pubblico e dei musicisti cominciò a cercare un’altra forma di vicinanza: corde pizzicate, fruscii, respiri, inflessioni dialettali, testi che sembravano destinati a una stanza più che a uno stadio. Il folk offriva quell’impressione di contatto diretto senza imporre un ritorno museale al passato.

La svolta aveva anche motivi concreti. La crescita delle etichette indipendenti, dei piccoli club e dei festival rese più visibili artisti lontani dai formati radiofonici più rigidi. Una registrazione essenziale poteva essere una scelta estetica, non il segno di un budget ridotto. E il pubblico imparò a sentire nella ruvidità di una voce o nell’irregolarità di un’esecuzione un valore espressivo, non un difetto da correggere.

Un cantautore con chitarra acustica in un piccolo club

Dagli Stati Uniti: la canzone spoglia e l’Americana

Negli Stati Uniti la rinascita folk degli anni Novanta passò spesso attraverso ciò che in seguito sarebbe stato chiamato Americana: un incrocio di country, blues, gospel, rockabilly e scrittura cantautorale. Non era un genere dai confini netti, quanto piuttosto una sensibilità condivisa. Lucinda Williams, per esempio, fece incontrare poesia quotidiana, country e rock in Car Wheels on a Gravel Road (1998), disco in cui le strade del Sud e le relazioni personali acquistano densità grazie a una voce poco levigata e ad arrangiamenti sobri, ma elettrici.

Gillian Welch e David Rawlings offrirono un modello diverso. Revival (1996) non fingeva di essere un documento d’epoca: impiegava chitarra, banjo, armonie vocali e immagini della musica rurale americana per scrivere brani pienamente contemporanei. La sua forza è nella sottrazione. Pochi strumenti lasciano affiorare la linea melodica e la tensione delle parole.

Su un versante più urbano e ironico, Beck usò il folk come materia da montare e deformare. In One Foot in the Grave (1994) convivono blues scarno, psichedelia lo-fi e filastrocche surreali; in Odelay (1996), frammenti della tradizione americana entrano in un collage di campionamenti e ritmi spezzati. Il decennio, insomma, non contrapponeva per forza autenticità acustica e tecnologia: spesso le faceva dialogare. Per seguire la storia tecnica e culturale di questa pratica, si può approfondire l’arte del sampling, dai pionieri del dub alle battaglie legali che hanno cambiato la musica.

Il caso Ani DiFranco: indipendenza come linguaggio

Ani DiFranco fu una delle figure più influenti del folk d’autore nordamericano. Pubblicando attraverso la propria etichetta, Righteous Babe Records, costruì un’indipendenza che andava oltre l’organizzazione del lavoro: la chitarra percussiva, i cambi ritmici e i testi su corpi, relazioni, diritti e autonomia portavano la confessione personale sul terreno della presa di posizione pubblica. Album come Not a Pretty Girl (1995) e Little Plastic Castle (1998) mostrarono quanto il formato voce e chitarra potesse accogliere energia punk e ambizione poetica.

Questo filone non corrispondeva a un suono “puro”. Il suo carattere folk stava soprattutto nel rapporto fra autore e ascoltatore: parole comprensibili, una voce riconoscibile, strumenti al servizio del racconto invece che della sua copertura. Una lezione destinata a influenzare molta musica indipendente del decennio successivo.

Gran Bretagna e Irlanda: la tradizione dentro il rock

Nel Regno Unito il folk riaffiorò anche come memoria nazionale e regionale. I Levellers unirono violino, mandolino, pulsazione rock e testi sociali, diventando una presenza rilevante nei festival e nelle classifiche britanniche dei primi anni Novanta. La loro musica richiamava il canto collettivo, senza rinunciare al volume e all’urgenza del rock.

Più obliqua la strada dei The Waterboys. Con Room to Roam (1990), Mike Scott portò il gruppo verso melodie, strumenti e immaginari irlandesi e scozzesi, facendo convivere tradizione celtica e canzone rock. In Irlanda, il successo internazionale dei The Cranberries dimostrò inoltre quanto un accento, una vocalità e una memoria melodica locale potessero restare riconoscibili anche dentro arrangiamenti alternative pop.

Il britpop, pur essendo soprattutto pop-rock, recuperò talvolta una scrittura osservativa con radici nella canzone inglese. Blur e Pulp raccontavano quartieri, classi sociali, abitudini e frustrazioni attraverso personaggi e dettagli concreti: non folk in senso stretto, ma una continuità con l’idea della canzone come cronaca di una comunità. Il decennio non inventò questo recupero dal nulla: proseguì una storia già avviata dalla riscoperta della tradizione folk tra anni Ottanta e Novanta.

Violino e fisarmonica animano un concerto folk celtico

Il folk mondiale: non una periferia esotica

La crescita della categoria world music, con tutti i limiti di un’etichetta che raggruppava tradizioni molto diverse, aiutò il pubblico europeo e nordamericano a incontrare repertori esterni al canone angloamericano. Negli anni Novanta artisti come Ali Farka Touré portarono all’attenzione un blues del Mali profondamente legato a pratiche musicali locali. Il dialogo con Ry Cooder in Talking Timbuktu (1994) rese percepibile una parentela fra forme musicali africane e blues statunitense, senza cancellarne le differenze.

Anche i Gipsy Kings, già affermati alla fine del decennio precedente, contribuirono a rendere familiare al grande pubblico una fusione di rumba catalana, flamenco e pop. Il punto non era ridurre queste musiche a un colore ornamentale: gli ascolti più interessanti degli anni Novanta nascevano quando produttori, festival e pubblico riconoscevano repertori, lingue e tecniche esecutive come centri autonomi, non come semplici varianti dell’industria anglofona.

In Italia: dialetti, radici e nuove scritture

In Italia il ritorno del folk fu inseparabile dalla canzone d’autore e dalla ricerca sulle culture regionali. Fabrizio De André occupava una posizione cruciale: Creuza de mä era del 1984, ma la sua influenza negli anni Novanta rimase fortissima. Aveva dimostrato che dialetto, Mediterraneo e sofisticazione poetica potevano raggiungere un pubblico ampio senza uniformarsi. La ristampa e la circolazione del suo repertorio alimentarono un altro modo di intendere la tradizione: non folclore decorativo, ma lessico vivo.

I Modena City Ramblers, nati nel 1991, tradussero quell’energia in una formula più apertamente collettiva. Celtic punk, canzoni partigiane, ballate irlandesi e impegno civile convivevano in concerti in cui il pubblico poteva cantare e ballare. Album come Riportando tutto a casa (1994) mostrarono che il folk poteva parlare di migrazioni, lavoro e memoria storica senza perdere la sua dimensione festiva.

Che cosa ascoltare per riconoscere il folk novantiano

  • La voce: spesso imperfetta nel senso tecnicamente più fertile, con accenti e asperità che diventano parte del significato.
  • Gli strumenti: chitarra acustica, violino, fisarmonica, banjo, mandolino e percussioni tradizionali, insieme a basso e batteria rock.
  • La narrazione: luoghi, lavori, viaggi, famiglie, comunità e conflitti raccontati con dettagli, più che con slogan.
  • La dimensione dal vivo: ritornelli pensati per essere condivisi e arrangiamenti che lasciano spazio alla partecipazione.
  • Le contaminazioni: il folk raramente vive isolato; assorbe blues, punk, elettronica, pop, musica celtica e tradizioni mediterranee.

Per riconoscere queste differenze basta ascoltare in sequenza quattro dischi pubblicati tra il 1994 e il 1998: Riportando tutto a casa dei Modena City Ramblers, One Foot in the Grave di Beck, Revival di Gillian Welch e Car Wheels on a Gravel Road di Lucinda Williams. Il passaggio dall’uno all’altro chiarisce il punto: negli anni Novanta il folk non aveva un solo suono, ma continuava a chiedere alla canzone una voce, una provenienza e una storia riconoscibili.

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