Con California, pubblicato nel 1979, Gianna Nannini impose al rock italiano una voce ruvida, fisica, lontana dall’idea della cantante come semplice interprete. Il singolo omonimo, costruito su una rilettura del tradizionale americano Oh! Susanna, fece di quel timbro una firma riconoscibile. Non fu un caso isolato: negli anni Settanta diverse artiste spostarono confini musicali e simbolici, pur muovendosi in un’industria discografica ancora dominata dagli uomini.
Un accesso meno lineare alla scena rock
Il rock italiano del decennio non era un blocco compatto. Convivevano il beat in fase di mutamento, il progressive, l’hard rock, la canzone d’autore elettrica, la sperimentazione e il pop d’autore. Per le donne l’accesso passava attraverso un doppio filtro: quello di un mercato discografico selettivo e quello delle aspettative che le volevano legate a melodie rassicuranti, repertori sentimentali e un’immagine controllata.
Per questo la presenza femminile non si può valutare contando soltanto le frontwoman delle band rock. Molte protagoniste operarono come soliste, compositrici, strumentiste o interpreti capaci di rendere meno rigidi i confini fra rock, folk, teatro musicale e canzone. L’elettricità del suono, l’autorialità e la libertà timbrica raccontano spesso più dell’etichetta assegnata dai cataloghi discografici.
Voci che cambiarono il linguaggio
Gianna Nannini: il corpo della voce
Gianna Nannini è fra le figure più chiaramente associate al rock. I primi album, da Gianna Nannini del 1976 a California, delineano un linguaggio di chitarre, ritmo diretto e interpretazione aspra. La sua rilevanza non dipende soltanto dal successo raggiunto alla fine del decennio: Nannini mise in crisi l’idea che una voce femminile dovesse essere levigata, elegante o docile per essere popolare. Il graffio, l’attacco quasi parlato e l’intensità scenica diventavano parte della scrittura, non difetti da attenuare.

Patty Pravo: interpretare come gesto di rottura
Patty Pravo aveva già lasciato un segno negli anni Sessanta, ma nel decennio successivo continuò a cercare repertori e soluzioni meno prevedibili. Il suo rapporto con la canzone andava oltre la figura dell’interprete ornamentale: fraseggio, pause e scelta dei brani rendevano ogni esecuzione un gesto personale. Dischi come Mai una signora del 1974 mostrano un’artista pronta a misurarsi con scritture complesse e arrangiamenti contemporanei. La sua traiettoria aiuta a capire quanto il rock italiano toccasse anche interpreti non riconducibili a una sola etichetta stilistica.
Teresa De Sio: radici meridionali e attitudine elettrica
Nella seconda metà degli anni Settanta Teresa De Sio introdusse nella canzone italiana una prospettiva in cui tradizione popolare e sensibilità rock potevano convivere. Il suo primo album omonimo uscì nel 1978; l’affermazione nazionale sarebbe arrivata negli anni Ottanta, ma i cardini della sua ricerca erano già riconoscibili. Dialetto, memoria orale e ritmi del Sud non funzionavano come ornamenti folkloristici: diventavano materia viva per una scrittura contemporanea e una vocalità energica.
Il progressive e le musiciste nelle band
Nel progressive italiano le donne furono meno visibili alla guida dei gruppi, ma alcune presenze ebbero un peso decisivo nel suono. La tastierista e cantante Jenny Sorrenti, con i Saint Just e poi da solista, è un caso centrale. Nel gruppo napoletano, attivo nei primi anni Settanta, la sua voce entrava in un impasto di psichedelia, folk e progressive. Con Saint Just del 1973 e La casa del lago del 1974, la band costruì atmosfere lontane dalla forma-canzone radiofonica.
Con il lavoro solista, soprattutto in Suspiro del 1976, Sorrenti accentuò un’idea di canto sospesa fra tradizione mediterranea e sperimentazione. Il progressive viene spesso raccontato attraverso virtuosi maschili e gruppi monumentali; esistevano però anche percorsi più laterali, fondati su colori, intrecci e immaginazione invece che sulla retorica dell’assolo. Per inquadrare quel contesto è utile il nostro approfondimento sul progressive rock e sull’album concepito come opera.
- Autorialità: scrivere, scegliere il repertorio e intervenire sugli arrangiamenti significava conquistare maggiore controllo creativo.
- Vocalità: timbri non convenzionali, dialetti e pronunce personali si opponevano al modello di voce femminile standardizzata.
- Presenza scenica: abiti, gesti e atteggiamento potevano far parte del linguaggio artistico, anziché ridursi a un accessorio promozionale.
- Ibridazione: folk, avanguardia, teatro e canzone d’autore allargarono il campo del rock oltre il formato della band classica.
Altre traiettorie, oltre l’etichetta stretta
Alcune artiste non erano rock in senso ortodosso, ma contribuirono allo stesso cambiamento nel modo di ascoltare. Giuni Russo, emersa discograficamente alla fine del decennio con Love Is a Woman nel 1978, possedeva un’estensione e una duttilità vocale fuori dagli schemi. Negli anni successivi sarebbe emersa con maggiore chiarezza la sua sintesi fra pop, elettronica, ricerca vocale e sensibilità colta; già il suo debutto indicava però quanto mobili fossero le categorie.
Anche Antonella Ruggiero, entrata nei Matia Bazar nel 1975, contribuì in modo determinante a definire il suono del gruppo. I primi singoli e l’album Matia Bazar 1 del 1976 mostrano un pop sofisticato, in dialogo con il rock per strutture, tastiere e cura degli arrangiamenti. Liquidare queste esperienze come semplice “pop” fa perdere di vista il ruolo della ricerca sonora nella cultura musicale del periodo.

Visibilità, critica e memoria
La critica rock dell’epoca tendeva spesso a raccontare le artiste attraverso l’immagine, la voce o il rapporto con autori e produttori uomini, più che attraverso le loro scelte musicali. Non mancavano i riconoscimenti, ma nel racconto pubblico era raro che venisse loro attribuito lo stesso statuto di musiciste, autrici o capobanda riconosciuto ai colleghi. La memoria successiva ha talvolta aggravato questa distorsione, fissando poche icone e lasciando in ombra percorsi meno facili da classificare.
Un ascolto storico più preciso richiede di confrontare crediti, repertori, concerti e mutamenti di stile. Nel caso di Jenny Sorrenti, per esempio, è utile accostare i Saint Just alla produzione solista; per Nannini, mettere a confronto la scrittura dei primi dischi con la svolta di California; per Teresa De Sio, sentire come la lingua napoletana entri nel suono contemporaneo. Sono elementi concreti, capaci di restituire alle artiste un ruolo attivo nella costruzione del rock italiano.
| Artista | Ambito negli anni Settanta | Elemento distintivo |
|---|---|---|
| Gianna Nannini | Rock d’autore | Vocalità aspra e scrittura diretta |
| Jenny Sorrenti | Progressive, folk psichedelico | Voce e tastiere in un suono sperimentale |
| Patty Pravo | Pop d’autore e ricerca interpretativa | Scelte di repertorio e forte personalità esecutiva |
| Teresa De Sio | Folk mediterraneo e canzone elettrica | Dialetto e tradizione rielaborati in chiave moderna |
| Antonella Ruggiero | Pop-rock sofisticato | Vocalità distintiva nel progetto Matia Bazar |
Un buon ascolto può partire da La casa del lago, proseguire con Suspiro, passare per California e arrivare al primo album dei Matia Bazar. Sono quattro dischi molto diversi per forma e ambizione; messi uno accanto all’altro, fanno sentire quanto le donne abbiano inciso sul lessico del rock italiano prima che il settore trovasse le parole per riconoscerne pienamente il peso.


