Come il blues è tornato a graffiare gli anni Ottanta

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All'alba degli anni Ottanta il blues sembrava un reperto archeologico. Le major avevano smesso di investirci, le radio lo trattavano come roba vecchia e l'industria dell'intrattenimento lo confinava a un pubblico di nostalgici o a circuiti folk sempre più marginali. Eppure, proprio mentre i sintetizzatori tenevano banco in classifica, un movimento carsico stava riscrivendo il linguaggio delle dodici battute. Non era un revival da museo: era una reinvenzione sonora che avrebbe rimesso lo slide bottleneck e l'armonica a bocca nei club pieni e, cosa che nessuno si aspettava, nella programmazione di MTV.

L'effetto Stevie Ray Vaughan e il Texas Flood

Il 1983 segna uno spartiacque. L'uscita di Texas Flood non fu soltanto il debutto di un chitarrista prodigioso: fu un manifesto culturale. Stevie Ray Vaughan e i Double Trouble riportarono in superficie un suono che sembrava sepolto sotto strati di new wave e pop sintetico. Vaughan affrontava la Stratocaster con corde di spessore inusuale, montate su un amplificatore tenuto al limite della saturazione. Ne usciva un timbro aggressivo, fisico, che colpiva allo stomaco. La sua lettura di Pride and Joy non era una citazione filologica di Albert King o Otis Rush, ma una sintesi bruciante tra il fraseggio texano e l'attitudine di un rocker da arena.

Poi c'era la presenza scenica. Le riprese dell'El Mocambo lo mostrano mentre suona dietro la schiena o con i denti, e non è un gesto circense: è una dichiarazione d'intenti. Il virtuosismo tornava a essere un valore primario, in netta controtendenza con l'estetica minimalista del post-punk. Il blues, in quelle mani, diventava magnetico quanto qualsiasi rockstar del momento.

Parallelamente alla scena texana, un fenomeno diverso ma complementare prendeva forma a Chicago, Louisiana e sulla West Coast, alimentato da una generazione di musicisti che rifiutava l'etichetta di

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