Tastiere e chitarra affiancate in sala prove

Rock progressivo: le forme, i suoni e le strade degli anni Settanta

Share this post on:

Il riff iniziale di «21st Century Schizoid Man», pubblicata dai King Crimson nel 1969, sembra promettere un brano rock di grande impatto. Poi la musica scatta in un’altra direzione: ritmi spezzati, passaggi all’unisono, una tensione che la voce filtrata, il sassofono e la chitarra elettrica rendono ancora più aspra. Si sente, in pochi minuti, quanto il rock potesse allontanarsi dalle forme consuete senza rinunciare alla forza degli amplificatori.

Più spazio alla musica, non soltanto più minuti

Il rock progressivo prese forma soprattutto fra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta. Il Regno Unito ne fu un centro importante, ma non l’unico. Molti musicisti arrivavano dal blues e dalla psichedelia; ascoltavano anche jazz e musica classica e potevano sperimentare nuove possibilità in studio. L’album dava spazio a brani lunghi, ma non erano i minuti a renderli progressivi. Contava ciò che accadeva lungo il percorso.

Una strofa poteva non tornare; un tema ricomparire cambiato; un intermezzo diventare il cuore del pezzo. Il risultato non era necessariamente una jam senza meta, né un brano costruito intorno a un solo riff. Parti scritte e spazi lasciati all’esecuzione convivevano, in proporzioni diverse per ogni gruppo.

Quattro indizi da cercare all’ascolto

  • La forma: sezioni contrastanti si susseguono senza seguire sempre lo schema strofa-ritornello.
  • Il ritmo: tempi inconsueti o cambi di accento interrompono la pulsazione regolare.
  • Il suono: tastiere, fiati e strumenti acustici possono avere un ruolo pari a quello della chitarra.
  • Il dialogo: un’idea passa fra gli strumenti, invece di restare affidata a un solo solista.

Non è una lista di requisiti. «A Whiter Shade of Pale» dei Procol Harum, per esempio, rese familiare già nel 1967 una sonorità d’organo legata all’immaginario barocco, pur restando una canzone concisa. Fu un segnale del cambiamento in corso, non il modello da cui far discendere un intero genere.

Tastiere e chitarra affiancate in sala prove

Dalla psichedelia a nuove architetture

La psichedelia aveva dato al rock effetti, brani dilatati e una nuova attenzione al suono in sé. Il progressive raccolse parte di quella libertà, spesso disponendola in strutture più elaborate. In «A Day in the Life» dei Beatles, pubblicata nel 1967, i crescendo orchestrali e il contrasto fra le sezioni vocali mostravano quanto una registrazione potesse andare oltre ciò che una band suonava in presa diretta. Non era una formula progressive già pronta, ma aiutava a immaginare un rock costruito con altre ambizioni.

Con In the Court of the Crimson King, nel 1969, i King Crimson accostarono delicatezza acustica, Mellotron, durezza elettrica e passaggi vicini al jazz. In «Epitaph», il Mellotron crea una massa sonora che ricorda gli archi, senza che a suonare sia un’orchestra tradizionale. Non è un abbellimento sullo sfondo: quel timbro sostiene il peso emotivo del brano.

Anche i primi Yes trovarono una voce propria nell’intreccio delle parti. «Roundabout», da Fragile del 1971, comincia con la chitarra acustica; poi entra il basso di Chris Squire, nitido nel mix. Il virtuosismo funziona perché ogni strumento si fa sentire con una funzione precisa. Provate a seguire il basso fino alla fine: il riff cambia ruolo mentre tiene insieme sezioni differenti.

Le tastiere e lo studio come strumenti di composizione

L’Hammond, il pianoforte, il sintetizzatore Moog e il Mellotron ampliarono le possibilità dei gruppi, ciascuno a modo suo. L’Hammond poteva dare corpo e continuità a un passaggio; il Moog produceva linee elettroniche subito riconoscibili; il Mellotron riproduceva da nastri interni suoni registrati, fra cui cori e archi. Queste caratteristiche incidevano sulla scrittura, non soltanto sul colore finale.

Keith Emerson, con Emerson, Lake & Palmer, mise le tastiere al centro di un trio rock. In «Tarkus», del 1971, i cambi di sezione e gli incastri fra organo, basso e batteria richiedono un ascolto diverso da quello di un lungo assolo sopra un accompagnamento stabile. Nei Genesis dell’epoca di Foxtrot, invece, il Mellotron contribuiva a creare passaggi solenni; chitarre e flauti potevano poi riportare la musica a dimensioni più raccolte.

Lo studio permetteva montaggi, sovraincisioni e un controllo del dettaglio difficile da riprodurre identico sul palco. Eppure il progressive non era soltanto musica da laboratorio. I gruppi provavano e modificavano le composizioni per suonarle in concerto, talvolta con arrangiamenti diversi da quelli incisi. Confrontare disco e palco fa emergere il lavoro collettivo dietro brani che, al primo ascolto, sembrano dominati dalla tecnologia.

Non una sola scuola: Canterbury, Germania e altre rotte

L’etichetta «progressive» riunisce musiche che non sempre si somigliano. Nell’area di Canterbury, Caravan e Soft Machine si mossero fra canzone, jazz e sperimentazione, ma in modi distinti: i Caravan mantennero spesso una leggerezza melodica anche nelle lunghe sequenze strumentali; i Soft Machine si avvicinarono sempre più al jazz. I Van der Graaf Generator, guidati dalla voce di Peter Hammill, cercarono invece tensione espressiva e timbri aspri, più che brillantezza tecnica fine a se stessa.

In Germania, i gruppi spesso raccolti sotto il nome di krautrock seguirono strade che non coincidono del tutto con il progressive britannico. I Can lavorarono su ripetizione, montaggio e groove; i Neu! fecero della pulsazione regolare una scelta riconoscibile. Qui l’esplorazione poteva nascere da un movimento costante, modificato poco per volta nei dettagli, anziché da una successione di cambi di tempo e atmosfera.

«Progredire», dunque, non voleva sempre dire complicare. Per alcuni significava avvicinare il rock a forme compositive articolate; per altri, cercare nuove possibilità nella ripetizione o nell’improvvisazione. Cambiavano le risposte a una domanda molto concreta: fin dove poteva spingersi una band elettrica senza perdere la propria identità?

Dettaglio dei comandi su una tastiera analogica

Le ambizioni, il pubblico e i limiti

Dischi come Close to the Edge degli Yes, pubblicato nel 1972, chiedevano tempo e attenzione: il brano che dà il titolo all’album occupa un’intera facciata del vinile. La divisione fisica del disco favoriva l’ascolto di una lunga sequenza senza interruzioni. Questo non significa che ogni album progressivo raccontasse una storia unica: costruzione musicale e narrazione potevano incontrarsi, ma non erano la stessa cosa.

Negli anni Settanta questo rock raggiunse anche un pubblico ampio, nelle grandi sale e negli stadi. L’ambizione aveva però un costo: arrangiamenti fitti potevano sacrificare l’immediatezza, mentre organici e apparecchiature impegnativi complicavano le tournée. Quando il punk affermò altre priorità, molte critiche al progressive presero di mira la distanza percepita fra musicisti e ascoltatori. Non è una descrizione sufficiente di tutti i dischi di quella stagione: in molti si trovano melodie nette, ironia e passaggi essenziali.

Per distinguere la complessità dal semplice accumulo, tornate agli attacchi di «21st Century Schizoid Man» e «Roundabout». Il primo parte da un riff compatto e si apre a una musica nervosa, frammentata; nel secondo, pochi suoni acustici preparano gradualmente l’ingresso della band. A soli due anni di distanza, due modi quasi opposti di cambiare forma al rock. Vale la pena ascoltare che cosa fa ciascuno strumento dopo quell’inizio.

Share this post on: