Pedali e chitarra durante un concerto rock

La psichedelia degli anni Novanta, oltre le chitarre sfocate

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«Seagull» apre Nowhere dei Ride, nel 1990, con chitarre sovrapposte e una batteria che spinge senza tregua. La melodia affiora a tratti da quel suono quasi liquido. Non è una ricostruzione degli anni Sessanta: è psichedelia che passa attraverso il rumore delle chitarre, la cultura indipendente e nuove possibilità di registrazione, anziché affidarsi soltanto a lunghe improvvisazioni e immagini floreali.

Chiamarlo «rinascimento» non significa attribuire il decennio a una sola scena. Tra Regno Unito e Stati Uniti, gruppi molto diversi cercarono modi per alterare la percezione del tempo musicale: ripetere una figura finché sembra cambiare significato, sommergere una voce, rendere straniante un ritornello pop. La parentela si sente meno nella scelta degli strumenti che nel modo di organizzare attenzione, spazio e durata.

Un’eredità rielaborata, non una copia degli anni Sessanta

La psichedelia non era scomparsa dopo la sua prima stagione. Negli anni Ottanta aveva continuato a circolare nell’underground, dal neo-psichedelico statunitense allo space rock britannico, intrecciandosi spesso con post-punk e rock indipendente. Nel decennio successivo alcune di quelle idee divennero più visibili, senza dar vita a un movimento compatto. Lo shoegaze, il rock alternativo e il britpop offrirono contesti diversi a musicisti che guardavano ai Beatles, ai Velvet Underground e ai primi Pink Floyd, ma anche a dischi usciti pochi anni prima dei loro.

Non serviva un corredo fisso di sitar, organi e nastri al contrario. Ricorrevano piuttosto alcune scelte musicali:

  • Ripetizione: accordi, linee di basso o ritmi ciclici che spostano l’attenzione dalle variazioni armoniche alle piccole trasformazioni del suono.
  • Stratificazione: chitarre, tastiere e voci sovrapposte, fino a sfumare il confine tra melodia e accompagnamento.
  • Contrasto: strutture accessibili attraversate da distorsioni, cambi di dinamica o arrangiamenti inattesi.

Erano scelte con precedenti lontani, ma negli anni Novanta potevano convivere con il punk, il pop radiofonico o la musica dance. È questo intreccio, più della fedeltà a un’estetica vintage, a dare al periodo la sua fisionomia.

Il Regno Unito: chitarre sfocate e melodie in primo piano

Dallo shoegaze allo spazio aperto dei Verve

Lo shoegaze fu una delle vie più evidenti per ripensare la psichedelia. Il nome, nato nella stampa musicale britannica, alludeva ai chitarristi chini sugli effetti ai propri piedi; dice poco, però, delle differenze tra i gruppi finiti sotto quell’etichetta. Nei Ride, volume e densità non cancellavano la canzone. In Nowhere il suono avvolge le voci, ma i ritornelli restano riconoscibili. Con Going Blank Again, nel 1992, gli arrangiamenti si allargano e il dialogo tra slancio ritmico e aperture atmosferiche diventa più marcato.

Loveless dei My Bloody Valentine, pubblicato nel 1991, è un altro riferimento, anche se chiamarlo semplicemente rock psichedelico sarebbe riduttivo. La sua forza non sta solo negli effetti di chitarra: le melodie sembrano perdere stabilità, le voci emergono e arretrano, le chitarre oscillano attorno alle note anziché fissarle. Per molti ascoltatori e musicisti, quel disco mostrò che una canzone pop poteva abitare un ambiente sonoro profondamente alterato.

I Verve della prima fase presero un’altra strada. In A Storm in Heaven del 1993, le chitarre di Nick McCabe si distendono in trame ampie; basso e batteria lasciano respirare i brani. «Slide Away» alterna intensità e sospensione senza smarrire la spinta rock. Prima che Urban Hymns, nel 1997, li portasse a un pubblico molto più vasto, i Verve avevano già costruito una musica in cui lo spazio sonoro contava quanto la linea vocale.

Pedali e chitarra durante un concerto rock

Il britpop e l’immaginazione psichedelica

Il britpop non coincideva con la psichedelia, ma talvolta ne adottò il vocabolario. Modern Life Is Rubbish dei Blur, uscito nel 1993, guarda alla tradizione della canzone inglese con arrangiamenti a tratti eccentrici; The Great Escape del 1995 accentua il carattere teatrale di certe miniature pop. Negli Oasis il richiamo è più esplicito: «Champagne Supernova», in chiusura a (What’s the Story) Morning Glory? del 1995, dilata la ballata rock in un crescendo di chitarre e ripetizioni. Non è psichedelia sperimentale. Mostra però come il gusto per le forme estese potesse entrare in un album di enorme diffusione.

Con Urban Hymns, anche i Verve portarono alcune intuizioni iniziali verso una forma più immediata. «The Drugs Don’t Work» è essenzialmente una ballata; «Bitter Sweet Symphony» avanza invece su una figura orchestrale insistente e un passo quasi circolare. Il disco non si lascia ridurre a un’unica etichetta: la scrittura più classica convive con il gusto psichedelico per la ripetizione. Il passato, in questi casi, serviva a cambiare le proporzioni di una canzone contemporanea.

Negli Stati Uniti: collage, pop obliquo e lunghe derive

Negli Stati Uniti il quadro era più disperso. Transmissions from the Satellite Heart dei Flaming Lips, pubblicato nel 1993, accosta melodie, rumore e trovate d’arrangiamento poco interessate alla levigatezza. «She Don’t Use Jelly» divenne il loro brano più noto di quella fase, ma non racconta da solo il disco, dove la leggerezza apparente convive con suoni volutamente irregolari.

Il percorso dei Flaming Lips raggiunge un punto decisivo alla fine del decennio con The Soft Bulletin del 1999. Qui la psichedelia passa meno dall’assolo di chitarra che dalle orchestrazioni, dalle tastiere, dalle percussioni e dal contrasto tra la fragilità della voce e la grandezza degli arrangiamenti. In «Race for the Prize» il ritmo avanza con forza, mentre melodia e suoni sintetici mantengono qualcosa di sospeso. Il ritorno psichedelico, insomma, non aveva un timbro obbligato.

I Mercury Rev seguirono una traiettoria parallela, non identica. Nei primi album dominavano attriti e deviazioni; in Deserter’s Songs del 1998 arrivano atmosfere orchestrali e un passo più narrativo. «Holes» e «Opus 40» producono straniamento con strumenti acustici, tastiere e arrangiamenti elaborati, senza bisogno di un muro di distorsione. La parentela con i Flaming Lips sta nella libertà di costruire un mondo sonoro attorno alla canzone, non nella somiglianza del risultato.

Su un versante più esteso e ripetitivo c’erano gli Spacemen 3, attivi soprattutto prima degli anni Novanta, e Spiritualized, il progetto avviato da Jason Pierce dopo la fine del gruppo. Spiritualized intrecciarono drone, gospel, rock e orchestrazioni; Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space del 1997 ne è un punto decisivo. In «Come Together» la pulsazione e gli accumuli contano quanto la melodia. Le radici risalgono anche allo space rock precedente, ma la scrittura e la registrazione appartengono pienamente al loro tempo.

Una costellazione indipendente, dalle melodie domestiche ai droni

La rete di gruppi nota come Elephant 6, nata dalle collaborazioni e dalle affinità tra musicisti statunitensi, recuperò il gusto per gli arrangiamenti pop inventivi. In the Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel, uscito nel 1998, è lontano dal suono dei Ride o degli Spiritualized: strumenti acustici, fiati e registrazioni ruvide accompagnano una voce di forte intensità. Condivide però con quei gruppi la voglia di piegare la forma-canzone, lasciando convivere immediatezza e sorpresa.

Anche gli Olivia Tremor Control lavoravano su quella libertà. In album come Music from the Unrealized Film Script: Dusk at Cubist Castle del 1996 alternano melodie, collage e passaggi meno lineari. Il legame con il pop psichedelico degli anni Sessanta è dichiarato, ma non diventa una replica: un motivo cantabile può cedere all’improvviso il posto a un frammento astratto. Anche le transizioni fanno parte della scrittura dell’album.

All’estremo opposto della brevità pop, i Bardo Pond coltivarono brani lunghi, rumorosi e ipnotici. In Amanita del 1996 le chitarre non scandiscono soprattutto strofe e ritornelli: formano una corrente in cui le differenze emergono poco alla volta. Queste esperienze trovavano ascoltatori anche grazie a etichette e negozi indipendenti, importanti per la circolazione di musica difficile da classificare. Per capire come funzionasse quel sistema, è utile la [storia delle etichette indipendenti, delle loro scelte e della distribuzione].

Che cosa cambiò nello studio e sul palco

Gli effetti contavano, ma non spiegano da soli questi dischi. Delay, riverbero, modulazioni e distorsioni potevano rendere irriconoscibile una chitarra; era altrettanto importante decidere dove collocarla rispetto alla voce, alla batteria o a un’altra chitarra. Alcune registrazioni cercavano una superficie compatta, altre lasciavano distinguere ogni strato. La psichedelia degli anni Novanta nacque tanto dagli arrangiamenti quanto dagli strumenti usati per realizzarli.

Il CD, formato dominante nel decennio, consentiva di presentare sequenze lunghe senza la divisione in due facciate tipica dell’LP. Non inventò i brani dilatati, naturalmente. Offrì però una cornice familiare ad album che alternavano intermezzi, canzoni e ampie espansioni. In Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space o The Soft Bulletin, l’ordine dei brani dà senso ai singoli episodi, anche quando funzionano da soli.

Sul palco bisognava fare altre scelte. Le trame dense dello studio potevano acquistare una presenza più fisica con il volume e la ripetizione; le parti orchestrali o costruite per sovraincisioni richiedevano invece tagli e adattamenti. Non c’era un solo modello di concerto psichedelico: un gruppo puntava sull’impatto delle chitarre, un altro prolungava un motivo oltre la durata incisa. La distanza tra disco e palco poteva diventare una risorsa.

Banco di missaggio in uno studio di registrazione

Come ascoltare le differenze dentro il revival

Quattro brani, ascoltati uno dopo l’altro, aiutano a distinguere strade spesso confuse:

  1. Ride, «Seagull»: seguire la batteria e la melodia mentre le chitarre occupano quasi tutto lo spazio disponibile.
  2. Spiritualized, «Come Together»: prestare attenzione alla ripetizione e all’aumento progressivo della densità sonora.
  3. Mercury Rev, «Holes»: notare come il senso di sospensione nasca dagli arrangiamenti, non soltanto dagli effetti.
  4. Flaming Lips, «Race for the Prize»: ascoltare l’attrito tra energia ritmica, voce esposta e suoni dalle proporzioni quasi orchestrali.

Nessuno dei quattro definisce da solo la psichedelia degli anni Novanta. Nell’ordine proposto si sente però uno spostamento: dalla chitarra che avvolge la canzone a un arrangiamento che ne altera ogni parte. Dopo «Race for the Prize», tornare all’attacco di «Seagull» rende ancora più evidente quanta musica diversa possa stare sotto la stessa parola.

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