Chitarra elettrica sul palco di un piccolo club

Blues revival: dischi, palchi e nuove interpretazioni

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Nel 1958 Muddy Waters arrivò in tournée nel Regno Unito con la chitarra elettrica e il suono della Chicago blues band. Parte del pubblico, abituata al blues acustico, rimase spiazzata. Per molti giovani musicisti britannici, invece, quella potenza amplificata fu una rivelazione. Il blues revival nacque anche da incontri simili: non riportò in vita una musica scomparsa, ma la fece circolare tra nuovi ascoltatori, locali e gruppi.

Che cosa significa «revival»

Parlare di un unico blues revival è comodo, ma impreciso. Negli Stati Uniti il blues non aveva mai smesso di essere suonato. Negli anni Cinquanta Muddy Waters, Howlin’ Wolf e B.B. King incidevano e si esibivano per un pubblico prevalentemente afroamericano, mentre il mercato discografico e radiofonico cambiava e il rhythm and blues seguiva strade diverse. La parola «riscoperta» racconta soprattutto ciò che accadde quando altri pubblici iniziarono a cercare quei dischi e ad ascoltare quegli interpreti dal vivo.

Il folk revival statunitense diede nuova visibilità ai musicisti del blues rurale e alle sue evoluzioni. La tournée europea di Big Bill Broonzy nel 1959 e, soprattutto, le esibizioni di Mississippi John Hurt negli anni Sessanta alimentarono l’interesse per la chitarra acustica e per repertori poco presenti nelle grandi radio. Contarono anche le ristampe: raccolte di incisioni d’anteguerra misero a disposizione brani che molti giovani chitarristi conoscevano soltanto per sentito dire. King of the Delta Blues Singers, pubblicato nel 1961 e dedicato a Robert Johnson, resta uno degli esempi più influenti.

Quelle raccolte, però, non erano finestre neutrali sul passato. La scelta dei brani e degli artisti spesso privilegiava l’immagine del bluesman solitario con la chitarra. Il blues era anche musica da ballo, suonata da band elettriche e intrecciata al jazz e al gospel. Il revival ne mostrò alcune facce, non l’intera storia.

Chitarra elettrica sul palco di un piccolo club

Dai dischi importati ai gruppi britannici

Nel Regno Unito i dischi blues circolavano grazie a negozi specializzati, collezionisti e appassionati di jazz. Alexis Korner e Cyril Davies contribuirono a creare spazi dove ascoltarli e suonarli. Il Marquee Club di Londra e, più tardi, altri locali divennero luoghi di apprendistato: si imparavano i brani, si modificavano gli arrangiamenti, si provava quanto una canzone potesse cambiare passando da una voce all’altra.

I Rolling Stones presero il nome da «Rollin’ Stone» di Muddy Waters e incisero brani blues e rhythm and blues fin dai primi dischi. Gli Animals portarono «House of the Rising Sun», canzone tradizionale passata anche per il repertorio folk, ai vertici delle classifiche nel 1964. I John Mayall’s Bluesbreakers furono una scuola per chitarristi: nell’album Blues Breakers with Eric Clapton del 1966, il fraseggio di Clapton mostrava quanto la chitarra blues potesse incidere sul suono di un gruppo rock.

Non erano copie identiche. Il volume più alto, gli assoli più lunghi e la batteria davano alle canzoni un peso diverso. I Cream ampliarono lo spazio dell’improvvisazione; i Fleetwood Mac guidati da Peter Green rimasero vicini al blues elettrico, prima di prendere altre direzioni. Da questi passaggi prese forma anche il blues rock.

Tre percorsi da distinguere

  • Riscoperta discografica: ristampe e collezioni rimisero in circolazione incisioni difficili da trovare, influenzando il repertorio dei nuovi musicisti.
  • Ritorno sui palchi: festival, club e tournée offrirono a diversi bluesmen occasioni di esibirsi davanti a pubblici più ampi.
  • Rielaborazione rock: gruppi britannici e statunitensi usarono forme, riff e linguaggio del blues per trovare un suono proprio.

Le tre strade si incrociarono spesso, senza produrre gli stessi risultati per tutti. Una cover di successo poteva far conoscere una composizione a milioni di persone senza dare al suo autore o interprete originario pari visibilità. Crediti, compensi e opportunità di lavoro appartengono quindi alla storia del revival quanto le registrazioni.

La risposta americana e il concerto come incontro

Negli Stati Uniti l’interesse dei giovani ascoltatori bianchi si intrecciò con il folk revival, i campus universitari e i festival. Il Newport Folk Festival presentò artisti di tradizioni differenti e avvicinò pubblici che fino ad allora avevano frequentato circuiti separati. I musicisti afroamericani, però, non erano figure del passato da «salvare». B.B. King continuò a sviluppare per decenni il proprio stile di cantante e chitarrista, raggiungendo nuovi ascoltatori senza diventare una reliquia del blues.

La Chicago blues band, con armonica, pianoforte, basso e batteria, offriva al rock un modello di dialogo collettivo. Basta confrontare «Hoochie Coochie Man» nella versione di Muddy Waters del 1954 con le reinterpretazioni successive: il riff non è solo un motivo riconoscibile, ma il segnale attorno a cui gli strumenti rispondono alla voce. Le pause contano quanto le note. Il revival fece conoscere queste possibilità a molti musicisti, anche se talvolta mise il virtuosismo solista davanti all’interazione del gruppo.

Un armonicista suona accanto alla band blues

Dagli anni Ottanta alle nuove generazioni

Il revival non si fermò agli anni Sessanta. Nel 1983 Texas Flood di Stevie Ray Vaughan riportò una chitarra blues in primo piano nel rock americano. Vaughan attingeva ad Albert King e Jimi Hendrix, tra gli altri, ma nel suo successo contavano anche l’energia della band Double Trouble e una presenza scenica capace di parlare al pubblico di allora. Nello stesso decennio, i Fabulous Thunderbirds mantennero un forte legame con il blues elettrico e il rhythm and blues texano.

Negli anni Novanta e Duemila «revival» finì per indicare fenomeni diversi: chitarristi cresciuti nel blues rock, etichette interessate a nuovi interpreti, festival dedicati e gruppi che portavano il linguaggio del blues nel garage rock. I White Stripes, per esempio, incisero «Death Letter» di Son House su De Stijl nel 2000. Ascoltare le due registrazioni una dopo l’altra fa sentire lo scarto: nella versione di Son House voce e chitarra reggono da sole la tensione; in quella dei White Stripes, batteria e distorsione la spostano verso un suono più ruvido. Per confrontare altri casi in cui una rilettura ha cambiato la fortuna di una canzone, si può seguire il percorso delle cover diventate più celebri degli originali, anche oltre il blues.

La continuità del genere passa inoltre per artisti che non hanno bisogno dell’etichetta revival. Buddy Guy ha continuato a registrare e a salire sul palco, diventando un riferimento diretto per generazioni di chitarristi. Susan Tedeschi e Derek Trucks hanno costruito una musica in cui blues, soul e improvvisazione convivono senza imitare un’epoca precisa. È la differenza tra citare un suono e lavorare con le possibilità espressive che offre.

Come ascoltare ciò che cambia

Per riconoscere le trasformazioni del blues non basta cercare lo schema delle dodici battute: molte canzoni importanti non lo seguono rigidamente. Meglio ascoltare la relazione tra voce e strumenti, le piccole variazioni di una frase ripetuta, il tempo lasciato tra una risposta e l’altra. La chitarra può riprendere l’inflessione della voce; l’armonica può interromperla; una band può dare un ritmo da ballo a un brano che, suonato da un solo musicista, suona raccolto.

Si può partire da «Rollin’ Stone» di Muddy Waters, registrata nel 1950 con un accompagnamento essenziale, e poi passare ai primi Rolling Stones. Il nome della band dichiara il debito; l’attacco ritmico e la disposizione degli strumenti fanno sentire la distanza tra le due epoche. Tenere sott’occhio date e crediti delle registrazioni aiuta a seguire quel passaggio senza scambiare la versione più familiare per il punto di partenza.

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