Pubblico britannico durante un concerto indie degli anni Novanta

Britpop: Blur, Oasis e la rivalità che raccontò gli anni Novanta

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Il 14 agosto 1995, quando Country House dei Blur e Roll with It degli Oasis arrivarono nei negozi lo stesso giorno, una rivalità fra band diventò un caso nazionale. La stampa britannica trasformò quella data in una prova di forza: chi poteva rappresentare la nuova Inghilterra pop? I Blur conquistarono la vetta della classifica dei singoli; gli Oasis avrebbero avuto un impatto maggiore con gli album e sul pubblico internazionale. Eppure il Britpop non si esaurisce in quel duello. Dietro c’era una stagione musicale e culturale ben più ampia.

Prima del Britpop: un rock inglese in cerca di voce

All’inizio degli anni Novanta, il rock alternativo anglofono era dominato dall’immaginario statunitense. Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden avevano imposto il grunge: chitarre abrasive, testi inquieti, un’estetica dimessa ma di forte impatto. In Gran Bretagna, My Bloody Valentine, Ride e Slowdive costruivano con lo shoegaze paesaggi sonori nebulosi; la scena Madchester, con Stone Roses e Happy Mondays, mescolava psichedelia, indie rock e cultura dance.

Il Britpop nacque dal desiderio di rendere di nuovo riconoscibile un punto di vista britannico: accenti locali, cronache suburbane, ironia di classe, vita quotidiana e melodie immediate. Non esisteva un manifesto né un confine stilistico invalicabile. Era soprattutto un’etichetta della stampa musicale, poi accolta dal pubblico, utile a riunire band diverse ma legate dalla riscoperta del pop e del rock inglese degli anni Sessanta e Settanta.

I Kinks di Ray Davies, gli Who, i Beatles, David Bowie, i Jam, gli Small Faces, il glam rock e la psichedelia erano riferimenti ricorrenti. Non si trattava però di semplice nostalgia: quel repertorio diventava un linguaggio per raccontare la Gran Bretagna contemporanea, fra aspirazioni individuali, precarietà, pub, quartieri operai, consumismo e identità nazionale.

Pubblico britannico durante un concerto indie degli anni Novanta

La parola “Britpop” e le sue molte scene

Il termine cominciò a circolare nella stampa musicale britannica attorno al 1993, quando gruppi come Suede e Denim proponevano una risposta esplicitamente inglese all’egemonia del rock americano. I Suede, con The Drowners e l’album d’esordio del 1993, furono tra i primi a dare forma a una nuova idea di cultura pop nazionale: ambigua, teatrale, urbana e distante dal realismo del grunge.

Nel 1994 il quadro si allargò. Gli Oasis arrivarono da Manchester con Definitely Maybe, un debutto fatto di volume, ritornelli da stadio e fiducia quasi provocatoria. I Blur, già attivi da qualche anno, trovarono invece la loro direzione con Parklife, disco londinese e frammentato, popolato di personaggi, abitudini e piccole scene sociali. Pulp, guidati da Jarvis Cocker, incisero con maggiore durezza sulle divisioni di classe e sul desiderio di riscatto; Elastica recuperarono il nervo post-punk e l’asciuttezza della new wave; Supergrass portarono energia adolescenziale e gusto garage.

Per capire il lessico sonoro da cui prendeva slancio una parte del Britpop, vale la pena ripercorrere l’influenza duratura della new wave e del synth-pop: nei Blur, negli Elastica e in molta produzione britannica degli anni Novanta riaffiorano ritmi secchi, chitarre angolari e una particolare cura per la forma della canzone.

Blur: osservazione, satira e pop londinese

I Blur non nacquero come band Britpop. Leisure, il loro esordio del 1991, era vicino alle atmosfere baggy e shoegaze del periodo. Dopo risultati meno brillanti del previsto con il secondo album, Modern Life Is Rubbish (1993), Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree accentuarono la propria identità narrativa e britannica. Non fu soltanto una scelta di stile: il gruppo divenne un osservatorio acuto delle pose, delle frustrazioni e delle aspirazioni della vita inglese.

Parklife (1994) segnò la svolta. Girls & Boys, con il suo groove quasi dance, Parklife, raccontata dalla voce dell’attore Phil Daniels, e To the End, elegante e malinconica, mostrano la varietà interna del disco. Il quartetto passava dal pop da classifica al valzer, dal racconto umoristico a arrangiamenti quasi cinematografici, restando sempre riconoscibile.

Con The Great Escape (1995), i Blur spinsero ancora oltre il gusto per il personaggio e la caricatura sociale. La loro Inghilterra non veniva celebrata senza riserve: era piena di perdenti, professionisti nervosi e consumatori intrappolati in esistenze prefabbricate. Albarn scriveva con affetto e sarcasmo; le chitarre di Coxon evitavano che le canzoni diventassero semplice teatro pop.

Oasis: ambizione, riff e canto collettivo

Gli Oasis partivano da un’altra idea di grandezza. Formati a Manchester attorno ai fratelli Gallagher, al chitarrista Paul “Bonehead” Arthurs, al bassista Paul McGuigan e al batterista Tony McCarroll, trovavano nel repertorio di Noel Gallagher il motore compositivo e nella voce di Liam Gallagher il tratto più riconoscibile. L’ingresso di Alan White alla batteria, nel 1995, coincise con la loro fase di massima espansione.

Definitely Maybe, pubblicato nel 1994, univa riff corposi, stratificazioni di chitarre e melodie debitrici del rock britannico classico. Live Forever offriva una risposta luminosa alla cupezza del grunge; Supersonic e Cigarettes & Alcohol avevano l’urgenza di una band che mirava apertamente ai palchi più grandi. Il loro suono era meno interessato alla descrizione minuziosa di un ambiente sociale e più legato all’affermazione: desiderare di più, sentirsi destinati a qualcosa di più grande.

Con (What’s the Story) Morning Glory? del 1995, gli Oasis divennero un fenomeno di massa. Some Might Say, Wonderwall, Don’t Look Back in Anger e Champagne Supernova consolidarono un incontro fra eco beatlesiane, rock da grandi concerti e melodie da cantare insieme. Era una musica capace di funzionare in cuffia, alla radio, nei pub e davanti a folle immense.

La “Battle of Britpop” del 1995

Lo scontro fra Blur e Oasis fu amplificato dai media, ma non inventato dal nulla. Le due band rappresentavano sensibilità differenti e avevano già scambiato dichiarazioni competitive. L’uscita simultanea di Country House e Roll with It offrì alla stampa una storia facile da raccontare: Londra contro Manchester, arte pop sofisticata contro rock diretto, ceto medio contro classe operaia. Erano formule efficaci per i titoli, ma troppo povere per descrivere musicisti e pubblici assai più complessi.

Country House arrivò al numero uno della UK Singles Chart, mentre Roll with It si fermò al numero due. Per i Blur fu una vittoria simbolica, sostenuta dall’attenzione mediatica e dal video ironico del singolo. La gara, però, non decretò alcun vincitore artistico. Pochi mesi più tardi, (What’s the Story) Morning Glory? avrebbe confermato la capacità degli Oasis di parlare a un pubblico vastissimo, ben oltre il circuito della stampa musicale britannica.

Due idee di identità britannica

  • Blur: una visione urbana, frammentata e spesso satirica; arrangiamenti mobili, personaggi e dettagli quotidiani.
  • Oasis: un linguaggio più frontale e universale; riff, ritornelli corali e senso di aspirazione collettiva.
  • Pulp e Suede: il lato più teatrale, sessuale o sociologico della scena, essenziale per non ridurre il Britpop a due sole band.
  • La stampa: rese opposizioni assolute differenze reali, facendo della rivalità un prodotto culturale oltre che musicale.

Copertine e vinili evocano la sfida del Britpop

Album, concerti e immaginario di massa

Il Britpop si impose anche grazie alla cultura delle riviste musicali, ai videoclip e a una presenza televisiva costante, che resero le band figure pubbliche subito riconoscibili. I video dei Blur ricorrevano spesso all’umorismo e all’osservazione sociale; quelli degli Oasis preferivano un’immagine più essenziale, concentrata sul gruppo e sulla forza del brano. In un decennio in cui MTV conservava un peso enorme nella circolazione delle identità pop, immagine e diffusione musicale procedevano insieme; il contesto è approfondito in MTV: l’era dei video musicali e la sua eredità culturale.

Anche i concerti definirono le proporzioni del fenomeno. Gli Oasis portarono il Britpop alla scala del grande evento, con il culmine delle due date di Knebworth nell’agosto 1996. I Blur, pur capaci di richiamare grandi pubblici, conservarono più a lungo una reputazione legata alla mobilità e alla sperimentazione della loro scrittura. La differenza emerge anche negli album successivi: Be Here Now degli Oasis (1997) estremizzò durata e densità sonora, mentre Blur (1997) segnò per il gruppo londinese una svolta più aspra, influenzata dall’indie rock statunitense.

Il rapido tramonto dell’etichetta

Già nel 1997 il Britpop, come categoria dominante, cominciava a sembrare meno persuasivo. Il suo linguaggio era stato assorbito da pubblicità, moda e politica del periodo; nello stesso tempo, molti protagonisti cercavano altre strade. I Radiohead, pur appartenendo alla medesima stagione inglese, indicavano una direzione più inquieta e sperimentale. I Verve raggiunsero un pubblico enorme con Urban Hymns, ma il loro tono era più spirituale e orchestrale che propriamente Britpop.

Blur e Oasis continuarono a cambiare, ognuno a modo proprio. I Blur attraversarono elettronica, art rock e reunion senza ripetere meccanicamente Parklife. Gli Oasis rimasero più fedeli alla canzone rock melodica e influenzarono numerose band britanniche degli anni Duemila. Il loro antagonismo è rimasto nella memoria perché metteva in scena due modi solo apparentemente inconciliabili di cercare una canzone pop britannica: il dettaglio e l’ironia da una parte, l’ampiezza e l’adesione emotiva dall’altra.

Per riascoltare quella rivalità senza seguire le semplificazioni della stampa, si può partire da For Tomorrow e Girls & Boys dei Blur, proseguire con Live Forever e Some Might Say degli Oasis, poi affiancare Common People dei Pulp e Animal Nitrate dei Suede. Sei brani, quattro gruppi: abbastanza per sentire un Britpop meno simile a un campionato e più vicino a una stagione di canzoni, dialetti e ambizioni divergenti.

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