Il celebre grido di Vincent Price arriva dopo quasi quattordici minuti di racconto, quando il videoclip ha già fatto di una canzone pop un piccolo film dell’orrore. Pubblicato il 2 dicembre 1983, “Thriller” fu il terzo singolo tratto dall’album omonimo di Michael Jackson, ma soprattutto dimostrò che un video musicale poteva reggersi su una sceneggiatura, personaggi, suspense e una coreografia destinata a restare nella memoria collettiva.
La sua efficacia nasce da un contrasto preciso. La canzone, prodotta da Quincy Jones e scritta da Rod Temperton, ha la compattezza del pop radiofonico: basso pulsante, fiati sintetizzati, percussioni secche, ritornello immediato. Il filmato ne ritarda l’ascolto pieno e ne allarga l’orizzonte visivo. Prima che il groove prenda il centro della scena, lo spettatore attraversa un mondo di licantropi, zombie e cinema di quartiere.
Da una traccia dell’album a un evento audiovisivo
Thriller, uscito nel novembre 1982, aveva già prodotto successi come “Billie Jean” e “Beat It”. Nel 1983, però, la promozione dell’album aveva bisogno di un nuovo slancio. Jackson e il suo team pensarono allora a qualcosa di più ambizioso di un normale clip.
Alla regia arrivò John Landis, autore di Un lupo mannaro americano a Londra, perfettamente a suo agio con il linguaggio dell’horror e con la sua vena ironica. Landis scrisse il soggetto insieme a Jackson e coinvolse il truccatore Rick Baker, già noto per gli effetti prostetici dello stesso film. Le metamorfosi dovevano avere una consistenza fisica, quasi artigianale, lontana dall’effetto da piccolo schermo. Per un videoclip dell’epoca, il budget stimato attorno agli 800.000 dollari era fuori scala.
Il risultato prese la forma di un mediometraggio, Michael Jackson’s Thriller. Per contribuire al finanziamento e raccontarne la lavorazione fu realizzato anche The Making of Michael Jackson’s Thriller, distribuito in home video e trasmesso in televisione. Il dietro le quinte smetteva così di essere materiale per specialisti e diventava parte dell’evento.

La struttura: un film dentro il film
Il racconto procede per inganni successivi. Nella prima sequenza Michael Jackson e Ola Ray sono una coppia dentro un film degli anni Cinquanta: lui si trasforma in lupo mannaro e la aggredisce. Poco dopo si scopre che i due stavano guardando quella scena al cinema. Ma, una volta fuori dalla sala, la realtà adotta gli stessi codici del film appena visto: Jackson diventa uno zombie e guida un gruppo di morti viventi verso la ragazza.
Il film nel film non è un semplice ornamento narrativo. Permette al videoclip di giocare con la paura senza puntare a un realismo cupo. Lo spettatore entra nell’horror, ma riconosce anche le sue regole e il suo lato spettacolare. Nell’ultima inquadratura, gli occhi gialli di Jackson e la risata di Price lasciano volutamente incerto il confine fra incubo e finzione.
La voce narrante di Vincent Price
La presenza di Vincent Price lega “Thriller” alla tradizione del cinema gotico americano. Il suo monologo, già incluso nella versione della canzone e reso ancora più teatrale dal filmato, non segue una vicenda lineare: evoca creature e presenze che affiorano nella notte, con un tono insieme sinistro e divertito. La risata finale è diventata un segno ritmico riconoscibile quanto il basso o il ritornello.
Il testo di Temperton evita la violenza esplicita. L’orrore resta una maschera popolare: un vocabolario di paura giocosa che guarda ai film di serie B e alle storie di Halloween. Anche per questo il brano ha trovato posto, negli anni, nelle feste, nelle scuole e sulle piste da ballo.
La coreografia come svolta narrativa
La scena decisiva arriva quando gli zombie, invece di limitarsi a inseguire la protagonista, si dispongono in formazione dietro Jackson. La minaccia si converte in spettacolo. La coreografia, firmata da Michael Peters con la collaborazione di Jackson, unisce movimenti angolari, passi laterali, scatti del busto e gesti delle mani volutamente spezzati. Non cerca la continuità elegante del musical classico: mette in scena una fisicità rigida, quasi meccanica, adatta a corpi appena usciti dalla tomba.
- Sincronia: il gruppo fa di Jackson il perno visivo della scena senza annullare la presenza dei singoli danzatori.
- Contrasti: pause e accenti secchi rendono i movimenti riconoscibili anche al di fuori del montaggio cinematografico.
- Racconto: la danza non sospende l’azione; coincide con il culmine della trasformazione di Jackson.
- Riproducibilità: la sequenza è abbastanza chiara da poter essere appresa e reinterpretata da gruppi di età ed esperienza diverse.
È un punto decisivo. “Thriller” non rimase confinato allo schermo: la coreografia divenne un linguaggio condiviso, ripetuto in flash mob, spettacoli scolastici e celebrazioni di Halloween. Il videoclip diffuse l’idea che una canzone potesse possedere un movimento “ufficiale”, riconoscibile in ogni parte del mondo quanto un’immagine o un ritornello.
MTV, visibilità e immaginario degli anni Ottanta
La trasmissione di “Thriller” su MTV contribuì a consolidare il canale come luogo centrale della cultura pop degli anni Ottanta. Jackson era già entrato nella programmazione dell’emittente con “Billie Jean” e “Beat It”, ma il mediometraggio spinse più avanti le possibilità produttive del formato. L’attenzione non era più rivolta soltanto alla performance davanti alla macchina da presa: scenografia, costumi, montaggio e trucco acquistavano un peso pari a quello della musica.
La storia di MTV non coincide, naturalmente, con quella di un solo artista. Eppure “Thriller” segnò un passaggio emblematico nella crescita del videoclip come appuntamento televisivo e oggetto di conversazione. Il pubblico non aspettava solo un nuovo singolo: voleva scoprire quale forma visiva avrebbe preso.
Il video appartiene a una stagione in cui pop, cinema e televisione si scambiavano di continuo linguaggi e riferimenti. Il giubbotto rosso di Jackson, le sale rétro, il vicolo urbano e il trucco da zombie compongono un immaginario subito leggibile, ordinato con grande rigore. La nostalgia che il filmato suscita ancora oggi non dipende da un generico “stile anni Ottanta”, ma dalla precisione con cui ogni elemento accompagna il ritmo del brano.

Perché il videoclip conserva il suo peso storico
Nel 2009 Michael Jackson’s Thriller è stato selezionato per il National Film Registry della Library of Congress degli Stati Uniti, primo videoclip a entrare nel registro. La scelta ne riconosceva il valore culturale, storico ed estetico, oltre alla sua diffusione. Non era una semplice consacrazione simbolica: il lavoro di Landis e Jackson veniva affiancato a opere cinematografiche considerate importanti per la memoria audiovisiva del Paese.
La sua eredità si ritrova nei video successivi ad alto budget, nei cortometraggi musicali e nei progetti in cui una canzone viene sviluppata attraverso una narrazione autonoma. L’influenza, però, non si misura solo nella scala produttiva. “Thriller” mostrò che un artista pop poteva governare con notevole precisione il proprio personaggio visivo e fare del videoclip una parte sostanziale della propria opera.
Come rivederlo con attenzione
- Osservare il passaggio dal bianco e nero iniziale al colore: annuncia fin dall’inizio il gioco fra cinema e realtà.
- Seguire rumori ambientali, dialoghi ed effetti sonori prima e durante la musica: non riempiono gli spazi, ma costruiscono tensione.
- Notare come la coreografia usi la formazione del gruppo per cambiare di continuo la posizione di Jackson nello spazio.
- Mettere a confronto il tono leggero del ritornello con il trucco elaborato di Rick Baker: è questo contrasto a impedire che l’horror diventi opprimente.
Nella scena finale, Jackson si volta verso la macchina da presa con gli occhi mutati e il video rinuncia a spiegare tutto. Resta quell’immagine, semplice e inquietante, mentre la risata di Vincent Price arriva come un ultimo colpo di percussione.


