Tastiere analogiche accanto a un organo elettrico

Rock progressivo italiano: le molte strade di una stagione

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In «Impressioni di settembre» della Premiata Forneria Marconi, uscita nel 1971, il Moog non finge di essere un’orchestra: entra nella canzone con un suono nuovo, quasi straniante. In quel passaggio si sente una delle possibilità aperte dal rock progressivo italiano. Tra la fine degli anni Sessanta e la metà dei Settanta, diversi gruppi usarono gli strumenti elettrici per allargare la forma della canzone, mescolando rock, melodia italiana, musica colta e improvvisazione. Non cercavano tutti lo stesso suono. Li accomunava la voglia di provare strade diverse.

Una scena, molte città e nessuna ricetta unica

Il progressive arrivò in Italia mentre cambiavano l’ascolto e la produzione discografica. L’LP dava spazio a brani lunghi e a sequenze da seguire per intero; radio, locali e festival facevano circolare musica britannica e statunitense. King Crimson, Yes ed Emerson, Lake & Palmer furono riferimenti importanti. Riprenderne le strutture, però, non bastava a dare ai dischi italiani una voce propria.

La scena nacque da percorsi differenti, non da un unico centro. Alcuni musicisti venivano dal beat o dal pop, altri avevano studiato musica classica o coltivavano il jazz e la canzone d’autore. Nel Banco del Mutuo Soccorso, la presenza di due tastieristi permetteva intrecci armonici e cambi di colore difficili da ottenere con il consueto organico rock. Nella Premiata Forneria Marconi, il violino di Mauro Pagani poteva prendere la parola accanto alla chitarra, anziché limitarsi a fare da ornamento.

«Italiano», quindi, non vuol dire aggiungere qualche effetto nazionale a un modello inglese. Conta piuttosto il lavoro sulla cantabilità, sul rapporto fra parole e musica, su strumenti che avevano già una storia fuori dal rock. Anche dischi molto diversi rispondevano a una domanda comune: quanto può cambiare una canzone senza perdere la capacità di arrivare a chi ascolta?

Tastiere analogiche accanto a un organo elettrico

Tre dischi, tre modi di cambiare forma

La Premiata Forneria Marconi: equilibrio e movimento

Storia di un minuto, pubblicato nel 1972, passa da aperture acustiche a passaggi elettrici senza farne episodi isolati. In «È festa» ritmi e linee strumentali si rincorrono; altrove il canto resta al centro. L’invenzione non sta soltanto nei tempi variabili o negli strumenti insoliti. Sta anche nel ritorno dei temi, ogni volta un po’ cambiati: così ci si orienta persino nelle sezioni più articolate.

La PFM fu inoltre tra i gruppi italiani capaci di raggiungere un pubblico internazionale e pubblicò anche versioni in inglese di parte del repertorio. Conviene però distinguere la circolazione all’estero dalla nascita di quella musica: la ricerca sonora dei primi album prese forma inizialmente in italiano. Solo dopo incontrò ascoltatori di altre lingue.

Banco del Mutuo Soccorso: la voce dentro l’architettura

Nei primi dischi del Banco, pubblicati a partire dal 1972, le tastiere dei fratelli Gianni e Vittorio Nocenzi alternano solennità, tensione e improvvise aperture melodiche. Francesco Di Giacomo non canta sopra un accompagnamento già definito: la sua voce entra nei contrasti del brano, passa dall’intimità a una proiezione quasi teatrale. In Darwin!, ancora del 1972, l’evoluzione dà una direzione ai testi e alle atmosfere, senza costringere ogni passaggio musicale a illustrare una scena precisa.

Le Orme: una formazione essenziale

Collage, del 1971, e Felona e Sorona, del 1973, mostrano quanto possano fare Le Orme con tastiere, basso e batteria. L’organo di Tony Pagliuca occupa lo spazio lasciato dall’assenza di una chitarra stabile; la voce e il basso di Aldo Tagliapietra danno ai brani un’impronta melodica immediata. Felona e Sorona ruota attorno a due mondi immaginari opposti. Il racconto offre una cornice, ma il contrasto si avverte anche nei cambi di dinamica e di timbro.

Oltre i nomi più celebri

Fermarsi a tre gruppi farebbe perdere alcune delle deviazioni più interessanti del prog italiano. Gli Area, con Demetrio Stratos, unirono improvvisazione, ritmi complessi e ricerca vocale: la loro musica attraversa il jazz-rock e la sperimentazione più che aderire a una formula progressive. Il Balletto di Bronzo diede a Ys un suono aspro e fitto, lontano dalle aperture melodiche della PFM. Gli Osanna portarono nella musica anche una dimensione scenica, fatta di costumi e presenza dal vivo.

Altri progetti lasciarono pochi dischi, talvolta uno soltanto, ma aggiunsero possibilità a quella scena. Il Museo Rosenbach pubblicò Zarathustra nel 1973; il Biglietto per l’Inferno incise un debutto omonimo nel 1974. Non occorre attribuire a ogni album lo stesso peso storico per cogliere la varietà delle soluzioni: passaggi corali, chitarre dure, fiati, organi e voci usate con intenzioni espressive diverse.

Un gruppo rock suona dal vivo tra tastiere e batteria

Le innovazioni da ascoltare, non solo da nominare

«Tempi dispari» e «suite» sono parole ricorrenti quando si parla di progressive, ma da sole raccontano poco. Nei dischi italiani la sorpresa nasce spesso dall’incontro fra qualcosa di familiare e qualcosa che sposta l’ascolto:

  • Strumenti: organo Hammond, pianoforte, sintetizzatori, flauto e violino convivono con chitarra, basso e batteria. Un nuovo timbro può aprire una sezione, rispondere alla voce o dare un altro carattere a un tema già sentito.
  • Forma: alcuni brani durano più di un singolo abituale, ma non procedono sempre per accumulo. Pause, riprese e cambi di intensità danno punti di riferimento all’ascoltatore.
  • Parole: immagini letterarie, racconti fantastici e temi filosofici ampliano ciò che un testo rock può evocare. Pronuncia e fraseggio, però, restano decisivi: danno corpo anche alle parole più astratte.
  • Palco: arrangiamenti così articolati richiedono coordinazione, senza escludere variazioni e assoli. Dal vivo, un brano non deve per forza riprodurre fedelmente il disco.

Il palco conta anche per capire la musica italiana degli anni Settanta: concerti e festival erano luoghi d’incontro, oltre che occasioni d’ascolto. Per collocare quelle esibizioni in una storia più ampia, si possono guardare anche i concerti italiani passati dalle piazze agli stadi. Il prog appartiene soprattutto a una fase in cui la vicinanza fra gruppo e pubblico poteva accompagnare l’evoluzione dei brani.

Perché quella stagione non durò immutata

Nella seconda metà degli anni Settanta cambiarono i gusti, le formazioni e le priorità delle case discografiche. Alcuni gruppi si sciolsero; altri cercarono brani più brevi o sonorità diverse. Non fu una semplice fine: i musicisti continuarono a lavorare, e parte delle idee progressive trovò posto in altre esperienze. Il ruolo delle tastiere, la cura degli arrangiamenti e la libertà di attraversare gli stili non scomparvero insieme alla scena.

Per sentire quanto fossero diversi gli approcci nati in quegli anni, si possono ascoltare uno dopo l’altro «Impressioni di settembre» della PFM e «L’evoluzione» del Banco del Mutuo Soccorso. Nel primo, il suono elettronico si fa largo in una canzone dalla melodia nitida. Nel secondo, le sezioni si alternano e la voce di Di Giacomo porta l’ascoltatore lungo un percorso più accidentato. Vale la pena seguire proprio quella distanza, senza appianarla sotto un’unica etichetta.

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